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La scienza è sulla strada giusta?

Nuove Scienze

La scienza è sulla strada giusta?

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La scienza è sulla strada giusta?

Per la prima volta nella storia umana, il futuro è affidato alle scelte di una singola generazione. Siamo giunti alla cosiddetta ora zero, durante la quale dobbiamo risolvere le minacce che si stanno manifestando ora nel nostro mondo e nella nostra vita. La scienza ci potrebbe aiutare. Però la domanda è: la scienza è sulla strada giusta? C’è poi l’altra domanda, molto più ardua: non è che la scienza ci ha traditi? Qual' è la verità sulle nostre origini e sulle origini della vita? Le informazioni che abbiamo sono contraddittorie e incomplete. Esiste una verità nascosta che non si dovrebbe svelare proprio perché questa verità parla della grandezza dell’essere umano e delle sue straordinarie capacità? A queste e a tante altre domande prova a rispondere Gregg Braden nel suo libro La Verità nascosta e ci invita a seguirlo sulla strada della consapevolezza di chi siamo, per ricostituire il nostro passato e creare un futuro migliore per noi e i nostri figli.

A cura della redazione della collana Scienza e Conoscenza 


Redazione Web Macro

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A partire dal momento in cui la fisica quantistica è apparsa sulla scena scientifica, la grande sfida è stata quella di fondere i due tipi molto diversi di pensiero rappresentati da fisica classica e fisica quantistica in una singola visione dell’universo e della vita: una teoria unificata. Fino a oggi questo obiettivo non si è realizzato. Sebbene alcuni teorici siano riusciti a risolvere singoli tasselli del puzzle, nessuno fino a ora ha mai risolto l’intero enigma. Proprio come sembrano prodursi nuove crepe in una diga debole, man mano che le vecchie crepe vengono riempite, così anche le teorie emergenti hanno risposto ad alcune domande, ma facendo sorgere nel contempo altri interrogativi, talvolta su versanti nei quali non se ne sospettava minimamente l’esistenza.

L’evoluzione della teoria delle stringhe rappresenta un perfetto esempio di quei nuovi interrogativi e di quelle crepe. Negli anni Ottanta l’idea che l’universo sia costituito dalla vibrazione di invisibili stringhe di energia è stata ritenuta foriera di una grande rivoluzione nel campo della fisica. Tuttavia, più i fisici esploravano a fondo la teoria, più sembravano addensarsi problemi intorno a quell’idea. «La teoria delle stringhe era una bolla che aspettava di essere fatta scoppiare», afferma il matematico Peter Woit della Columbia University. «Semplicemente, le componenti fondamentali non c’erano più». Allo stesso modo, la promessa iniziale dell’equazione WheelerDeWitt (WD) di unificare la fisica classica e quantistica è svanita rapidamente quando i cosiddetti “caratteri scritti in piccolo” sono diventati chiari. Per raggiungere quel traguardo apparentemente impossibile, l’equazione WD lasciava fuori il grosso fattore che causava problemi: il tempo stesso. 

Sebbene questo stratagemma desse una mano sul fronte matematico, resta il fatto che il tempo fa parte della nostra realtà e della nostra vita. Senza di esso nessuna equazione dà una rappresentazione realistica dell’enigma che cerca di risolvere. Per ora, tuttavia, la cruda realtà è questa: è passato più di un secolo da quando Max Planck ha formulato il principio fondamentale della teoria quantistica. Dopo cento anni di lavoro con le migliori teorie matematiche e fisiche svolto dalle menti più eccelse del mondo, che hanno messo alla prova tali teorie negli avamposti di ricerca più avanzati di tutta la storia mondiale, avrebbe avuto senso aspettarsi che, a questo punto, i grossi problemi che affliggono la visione del mondo scientifica fossero stati risolti. Questo, avendo imboccato la strada giusta. Ma è proprio perché non è successo, che oggi dobbiamo effettivamente ammettere la possibilità di aver percorso la strada sbagliata.

La Scienza è sulla strada sbagliata?

Se le idee di base sul funzionamento della realtà sono incomplete, allora applicare tutta l’intelligenza e la tecnologia dell’universo a quelle idee sbagliate non ci porterà alle risposte giuste. A prescindere da un bagaglio di insegnamento durato un intero secolo, da milioni di testi pubblicati e da intere vite e carriere dedicate a queste teorie – per non parlare dell’importante investimento economico effettuato allo scopo di costruire e far funzionare alcune delle macchine più sofisticate mai concepite, per metterle alla prova – va sottolineato che, se le idee di partenza sono sbagliate di per sé, non riusciranno mai a “diventare” giuste se si segue lo stesso percorso sbagliato che ci ha condotti a esse. Questo è il cosiddetto “grosso elefante”, metafora di una preoccupazione che siede al centro di ogni simposio e convegno scientifico in qualsiasi parte del mondo: siamo sulla strada giusta? Quando si tratta del nostro rapporto col mondo, pensiamo nel modo giusto e stiamo ponendoci le domande giuste?

In un suo articolo intitolato Science’s Dead End (La strada senza uscita della scienza) pubblicato su «Prospect» nel 2010, il fisico James Le Fanu fornisce due esempi del perché molti critici stiano mettendo in dubbio la validità della nuova scienza e si stiano ponendo una domanda ancor più ardua di: “La scienza è sulla strada giusta?”. Le Fanu avanza con coraggio la sua domanda, chiedendo ad alta voce e pubblicamente qualcosa a cui altri hanno solo fatto allusione o hanno sussurrato dietro porte chiuse. La sua domanda è questa: La scienza è bloccata? Le Fanu spiega perché sia facile per noi pensarlo: “In un’epoca in cui i cosmologi possono affidabilmente inferire cosa sia successo nei primi minuti della nascita dell’universo, e i geologi possono misurare la deriva dei continenti con l’approssimazione di un centimetro, sembra straordinario che i genetisti non siano in grado di dirci perché gli esseri umani siano tanto diversi dai moscerini della frutta, e che i neuroscienziati siano incapaci di spiegare perché riusciamo a ricordare un numero di telefono”.

Le Fanu ha ragione. In seguito al completamento del Progetto Genoma Umano (Human Genome Project, HGP) nel 2001, gli scienziati appresero con stupore che il modello genetico di un essere umano è del settantacinque per cento circa più ridotto di quanto ci si aspettasse. Si tratta di una discrepanza enorme – “mancavano” circa settantacinquemila geni – e gli scienziati hanno dovuto riconoscere un fatto controverso riguardo a ciò che avevano creduto in passato. Prima dei risultati del progetto genoma si era ritenuto che ci fosse una corrispondenza biunivoca tra i nostri geni e proteine. In altre parole, ciascuna delle proteine del nostro corpo proviene da un singolo gene che detiene le istruzioni per costruire proprio quella proteina.

Dopo il sequenziamento del genoma umano era ormai chiaro che quel concetto non fosse soltanto impreciso, ma fosse addirittura sbagliato! L’errore era dovuto alla credenza che esistesse un rapporto biunivoco tra proteine e geni: un falso presupposto che gli scienziati avevano formulato a metà del 20° secolo e sul quale avevano poi costruito un intero sistema di credenze. Alla fine, gli scienziati dovettero anche riconoscere che, essendo talmente minimo il numero di geni che ci differenziano da forme di vita più semplici, quali i moscerini della frutta di Le Fanu o il topo di campagna comune, questo significava che avevano torto anche su cosa ci rende unici.

Craig Venter, presidente di un ente che dirige una delle squadre di mappatura genetica, riconobbe immediatamente il problema quando disse: «Nell’essere umano esistono solo trecento geni unici che non sono presenti nel topo». Portando un passo avanti le scoperte della sua squadra, Venter affermò: «Questo mi dice che i geni non sono affatto in grado di spiegare tutto ciò che ci rende quello che siamo». Quindi questo rappresenta uno splendido esempio del dilemma che una falsa ipotesi può creare, e di dove può portare. Con soli trecento geni di differenza rispetto al topo comune, dove andiamo a cercare per scoprire cosa ci rende diversi? Se, come indicherebbero le prove, la differenza non è nel DNA di per sé, allora dove si trova? Queste domande hanno scoperchiato quella che alcuni hanno definito una “scatola di Pandora” fatta di possibilità che ci fanno imboccare una strada senza ritorno.

Oggi gli scienziati devono guardare oltre il DNA del corpo fisico per rispondere a quelle domande. Questo ci fa entrare nel dominio dei campi non misurati e delle forze invisibili, un luogo nel quale in passato la scienza è stata riluttante ad avventurarsi. In definitiva, potremmo apprendere che la chiave della scoperta di ciò che ci rende così diversi da altre forme di vita risiede nel fulcro delle nostre più antiche tradizioni, e nelle più radicate credenze umane. Quasi ovunque nel mondo quelle fonti ci dicono che in noi è infusa una sorta di speciale “scintilla” fatta di una essenza misteriosa, che ci unisce eternamente fra noi e a qualcosa che sta al di là del nostro mondo fisico, e che noi non siamo in grado di vedere. È proprio questa scintilla a renderci diversi da tutte le altre forme di vita della Terra. La conclusione da trarre dai commenti di Le Fanu e dalla discussione sui topi e sui moscerini della frutta è semplicemente questa:

Se siamo davvero sulla strada giusta e se stiamo ponendoci le domande giuste, allora perché non abbiamo ancora colmato alcune delle grandi lacune della nostra conoscenza?

Perché non siamo in grado di spiegare la coscienza umana, o di unificare la fisica classica e la fisica quantistica?

Perché la questione di quando abbia inizio la vita nell’utero materno rappresenta ancora oggi un mistero?

E perché non sappiamo chi ha costruito quelle antiche civiltà che oggi sono state fatte risalire all’ultima era glaciale?

Potrebbe darsi il caso che, quando si tratta del tipo di concezione che abbiamo di noi stessi nel mondo, non ci siamo inoltrati sul sentiero sbagliato, e che invece siamo rimasti bloccati su quel sentiero sbagliato che ci manda nella direzione errata?

 

Scopri le risposte di Gregg Braden a tutte queste domande nel libro La Verita' Nascosta!

 

 


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