Blue Monday? No grazie!
Psicologia e Crescita Personale
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Il 19 gennaio, conosciuto come Blue Monday, viene spesso raccontato come il giorno più triste dell’anno. Un’etichetta che negli anni ha fatto il giro dei media, dei social e dell’immaginario collettivo, fino a diventare quasi un appuntamento fisso del calendario emotivo contemporaneo. Eppure, al di là della narrazione semplificata, questo giorno può essere letto in modo diverso: non come una condanna all’umore basso, ma come un invito a cambiare prospettiva.
Francesca Lanza
Le feste sono finite, i ritmi tornano più regolari, le giornate sono ancora corte e il freddo invita naturalmente al rallentamento: è cosi che si presentagennaio, un mese in cui più che mai il corpo chiede tregua e la mente inizia a fare bilanci. Eppure, proprio qui, qualcuno ha deciso di piazzare un’etichetta: Blue Monday, il giorno più triste dell’anno. Ma davvero abbiamo bisogno che sia il calendario a dirci come sentirci?
Il terzo lunedì del mese viene spesso descritto come una sorta di trappola emotiva inevitabile. Un giorno in cui tutto dovrebbe andare storto, per definizione. E allora la domanda viene spontanea: perché dovremmo cascarci?
La vera storia del Blue Monday (spoiler: c’entra il marketing)
Facciamo un passo indietro. Il Blue Monday nasce nei primi anni Duemila come trovata comunicativa. Una pseudo-formula matematica, qualche variabile emotiva messa in fila – freddo, buoni propositi falliti, portafoglio alleggerito dopo le feste – e il gioco è fatto. Il risultato? Un giorno “ufficialmente” triste, buono per titoli, campagne pubblicitarie e qualche clic in più.
Dal punto di vista scientifico, questa teoria non regge, ma dal punto di vista narrativo funziona benissimo, perché intercetta una sensazione reale: gennaio è un mese delicato, di assestamento, in cui l’entusiasmo facile lascia spazio a qualcosa di più profondo. Il problema nasce quando questa complessità viene ridotta a uno slogan e trasformata in una profezia che si autoavvera.
Ed è qui che noi diciamo: no, grazie!
La mente non è un algoritmo da subire
Se c’è un filo rosso che attraversa la nostra produzione editoriale è questo: la mente non va subita, va capita!
I pensieri non sono verità scolpite nella pietra, ma schemi che ripetiamo spesso in automatico, e come tutti gli automatismi, possono essere messi in discussione, allenati, persino riscritti.
È il messaggio che anima molti dei nostri libri più belli: conoscere come funziona la mente per smettere di lasciarsi limitare da ciò che pensa, è iniziare a scegliere in modo più libero e consapevole!
E allora se il Blue Monday prova a raccontarci che c’è un giorno “sbagliato” per definizione, noi preferiamo raccontare che esistono momenti diversi, ciascuno con un senso, e che anche la stanchezza può diventare uno spazio fertile. Non un limite, ma un segnale. Non una condanna, ma un invito a rallentare, fare ordine e scegliere con più consapevolezza dove dirigere l’attenzione.
Quando smettiamo di delegare all’esterno il modo in cui dovremmo sentirci e ad assumercene la responsbilità, qualcosa cambia davvero. Torniamo ad ascoltarci con più lucidità, a riconoscere ciò che ci nutre e ciò che invece ci appesantisce. Ed è proprio da questa libertà interiore che nasce il cambiamento. Non come promessa miracolosa, ma come processo reale: capire come funzioniamo, riconoscere i condizionamenti, rimettere in discussione automatismi che non ci rappresentano più è un lavoro silenzioso, spesso controcorrente, ma profondamente trasformativo.
3 letture per risvgliare il tuo potenziale
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