Perché gli esseri umani distruggono ciò da cui dipendono?
Nuova Saggezza
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È una delle contraddizioni più difficili da spiegare. Gli esseri umani sono l'unica specie capace di comprendere gli equilibri della natura e, allo stesso tempo, di comprometterli consapevolmente. Perché continuiamo a distruggere gli ecosistemi dai quali dipende la nostra stessa sopravvivenza? È solo una questione economica o esiste qualcosa di più profondo che riguarda il nostro modo di pensare? A cura di Daniela Calbucci
Redazione Web Macro
Se una specie animale distruggesse sistematicamente il proprio habitat, gli scienziati parlerebbero probabilmente di un comportamento disfunzionale. Eppure è esattamente ciò che sembra fare l'essere umano. Consumiamo le risorse da cui dipendiamo. Inquiniamo l'acqua che beviamo. Alteriamo gli ecosistemi che garantiscono la nostra sopravvivenza. Sfruttiamo il suolo più velocemente di quanto possa rigenerarsi.
La domanda non è nuova, ma oggi appare più urgente che mai: perché gli esseri umani distruggono ciò da cui dipendono?
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Una domanda che attraversa discipline diverse
Economisti, biologi, psicologi, filosofi e antropologi hanno tentato di rispondere a questo interrogativo. Per alcuni la causa principale è la ricerca del vantaggio immediato. Per altri è il risultato di sistemi economici che premiano la crescita continua. Altri ancora parlano di limiti cognitivi: il cervello umano fatica a percepire conseguenze lontane nel tempo e nello spazio.
Esistono poi interpretazioni culturali. Secondo numerosi studiosi, la crisi ecologica contemporanea nasce anche da una visione del mondo che ha progressivamente separato l'essere umano dalla natura. Quando ci percepiamo esterni a un sistema vivente, diventa più facile sfruttarlo.
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Una spiegazione antica
Molto prima dell'antropologia moderna, diverse culture avevano affrontato lo stesso problema attraverso il linguaggio del mito e della spiritualità.
Gli antichi Greci parlavano di hybris: la tracotanza che porta l'essere umano a oltrepassare i limiti delle leggi naturali e degli dèi. Alcune tradizioni indigene nordamericane utilizzavano invece un termine meno noto: Wetiko.
Un concetto difficile da tradurre, che descrive una forma di squilibrio capace di spingere individui e comunità ad agire contro la vita stessa. Pur appartenendo a contesti culturali molto diversi, entrambe le idee sembrano ruotare attorno a una domanda comune: che cosa accade quando una società perde il senso del limite?
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Una questione ancora aperta
Forse non esiste una sola risposta. Forse il comportamento umano nasce dall'intreccio di fattori biologici, economici, culturali e psicologici. Tuttavia colpisce il fatto che culture separate da migliaia di chilometri e centinaia di anni abbiano riconosciuto lo stesso problema: la possibilità che l'essere umano, in determinate condizioni, smetta di percepirsi come parte della rete della vita.
Ed è proprio a partire da questa intuizione che Per Shapiro sviluppa la sua ricerca in Guerra contro la vita, un'opera che mette in dialogo ecologia, gnosticismo, tradizioni indigene e storia delle idee per affrontare una delle questioni più scomode del nostro tempo:
come può una civiltà tanto avanzata diventare una minaccia per le condizioni che rendono possibile la vita stessa?
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