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Alzheimer, lo stato dell’arte

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Alzheimer, lo stato dell’arte
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Il 21 settembre si è svolta la 25° giornata mondiale dedicata all’Alzheimer: l’occasione per fare il punto della situazione.


Giuliana Lomazzi

Era il 1994 quando l’OMS istituiva una giornata mondiale dedicata a questa temibile patologia, ritenuta dall’ADI (Alzheimer’s Disease Association) una delle crisi sociali e sanitarie più gravi del nostro secolo. L’intento è aumentare la sensibilità e la consapevolezza relative a questa malattia, ma anche aiutare ad affrontarla nel migliore dei modi.

 

 

Numeri crescenti (ma non nella ricerca)

La giornata mondiale è stata l’occasione per rendere noti alcuni dati del rapporto mondiale 2018, intitolato “Lo stato dell’arte della ricerca sulla demenza”.

Secondo le statistiche, quest’anno gli italiani affetti da demenza sono 1,241 milioni (di cui 600.000 hanno ricevuto la diagnosi di Alzheimer); si prevede che nel 2050 saranno 2,272 milioni. A livello globale, i malati sono circa 47 milioni, con una spesa sanitaria di 1000 miliardi di dollari. Ma il peggio deve ancora venire: ogni 3 secondi c’è una nuova diagnosi. E secondo l’ADI, entro il 2050 il numero di malati triplicherà. Purtroppo, questo aumento previsto non va di pari passo con una crescita della ricerca dedicata all’Alzheimer e alla demenza in genere.

A tutt’oggi, esistono solo dei farmaci capaci di rallentare il progredire della malattia (che, purtroppo, quando viene diagnosticata non è mai in fase molto precoce). Il fatto è che si investe poco nella ricerca: appena un dodicesimo di quanto si spende per il cancro.

Ciò non toglie che un certo fermento ci sia. Attualmente la scienza punta soprattutto sulla prevenzione e spera, tramite specifici marcatori neuropsicologici, biochimici e genetici, di individuare la malattia prima che i sintomi si manifestino. Di recente è anche partita una ricerca internazionale che coinvolge, anche in Italia, persone di 65-70 anni non sofferenti di demenza ma con un fattore di rischio genetico.

Ma, soprattutto, gli studi puntano sulla prevenzione tramite buone abitudini di vita (dieta corretta e attività fisica, allenamento mentale, no ad alcol e fumo), che potrebbero ridurre almeno di un terzo l’incidenza della malattia a livello globale.

Nell’attesa, non resta che puntare sui tanti progetti di sostegno ai malati e ai loro familiari.

 

Alzheimer e demenze senili: cause e prevenzione

 

I progetti di sostegno

Esistono molteplici iniziative per cercare di spezzare l'isolamento del nucleo familiare, proporre attività che cerchino di mantenere le capacità residue del paziente e, allo stesso tempo, offrire al care giver un punto di incontro dove sia possibile mettere a confronto esperienze e alleviare il peso dell’assistenza.

Arteterapia

Precursore in questo senso fu il museo di arte moderna MoMA di New York, nel 2006, con il progetto “Meet Me at the MoMA”. I pazienti e i care giver visitano il museo, dove un esperto spiega alcune opere; poi ai malati viene data l’opportunità di esprimere la propria creatività mettendosi concretamente al lavoro con vari materiali.

Uno studio della New York University concluse che i pazienti miglioravano autostima e umore, mentre i care giver avevano l’opportunità di sentire meno la solitudine e di socializzare di più. Un progetto simile si è svolto di recente anche a Milano, per iniziativa della Fondazione Manuli.

Alzheimer Café

Sono luoghi di incontro nati nel 1997 su iniziativa di un medico olandese e successivamente diffusisi in altre capitali europee. In Italia, il primo è stato a Milano nel 2007, poi seguito da altri. I pazienti si radunano in una stanza dove, con l’aiuto di un terapista occupazionale, svolgono attività diverse (manuali e creative, ma anche di stimolazione cognitiva o sensoriale).

Nel frattempo, in un locale vicino, i familiari incontrano persone che danno loro informazioni sulle modalità di comunicazione con i malati, ma anche esperti di vari settori (medici e legali). È anche l’occasione per bere qualcosa tutti insieme e percepire una sensazione di “normalità” che allevia lo stress e ricarica le persone.

Villaggi Alzheimer

Il primo è nato nel 2009 vicino ad Amsterdam. È un vero e proprio quartiere, chiuso da un recinto, dove i malati di Alzheimer ancora autosufficienti dal punto di vista fisico possono vivere liberamente, girando per le strade, andando al bar, al parco, a fare la spesa o al cinema. A controllarli in modo discreto ci sono le telecamere insieme a medici e infermieri “travestiti” da postini, giardinieri, baristi ecc.

I malati sono felici e hanno bisogno di meno medicine. Su questo modello è nato di recente un villaggio a Monza e altri ne stanno sorgendo in altre città italiane, tra cui Roma.

Comunità amica delle persone con demenza

È un progetto italiano, nato nel 2016 ad Abbiategrasso (MI) per opera della Federazione Italiana Alzheimer (che per questo ha vinto un premio). Ispirato a un’esperienza nata in Gran Bretagna, intende formare una rete di cittadini capaci di gestire le problematiche dei malati di demenza e di metterli a proprio agio, evitando così l’isolamento sociale e migliorando la qualità della vita dei pazienti. Attualmente in Italia ci sono 16 di queste comunità.

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Giuliana Lomazzi
Giuliana Lomazzi è nata a Busto Arsizio (VA) e da qualche anno vive a Trieste. Laureata in Lingue e Letterature straniere moderne presso... Leggi la biografia
Giuliana Lomazzi è nata a Busto Arsizio (VA) e da qualche anno vive a Trieste. Laureata in Lingue e Letterature straniere moderne presso l'Università di Milano, dopo un'esperienza di insegnamento nelle scuole superiori, ha iniziato nel 1990 a lavorare nell'editoria, prima come traduttrice e poi come autrice e giornalista.I suoi interessi... Leggi la biografia

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